Fenati, agnello sacrificale?

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L’affaire Fenati ha mostrato il ventre molle dello sport italiano nell’era Malagò e, segnatamente per la FMI, un cattivo tardo frutto della decadenza di una Federazione divenuta grande e prestigiosa nella luminosa stagione della Presidenza di Francesco Zerbi e poi via via impoveritasi di valori e di esempi nei 20 anni del bergamasco Paolo Sesti artefice e magister di un governo basato sul dividi et impera, campando di rendita grazie ai successi di Valentino Rossi e al prestigio di Biagi e Capirossi nella velocità e di Tony Cairoli – inizialmente snobbato perché siculo e dunque terrone – nel cross.

I vivai giovanili partorivano meteore e soprattutto miravano a tentare di costruire campioni in pista e non nella vita. Di cattivi esempi Marquez e Rossi ne avevano dati. Non dimentichiamo una rovinosa caduta di Vale provocata da Marquez. In quell’occasione nessuno aprì becco più di tanto. Con Fenati, artefice di una risposta plateale e non condivisibile ma solo dimostrativa perché se avesse voluto far cadere Manzi vi erano sistemi diversi non sanzionabili, si è scatenato un pericolosissimo tritacarne mediatico e la FMI è intervenuta secondo legge e procedura. Alla fine Fenati sarà sanzionato.

L’auspicio è che la sanzione non sia plateale: ovvero sproporzionata rispetto alla reale portata di un fatto riconducibile ad un avvertimento: sbagliato nella forma e nel modo ma che non ha provocato danni all’avversario nè la sua caduta.

In altre occasioni la Giustizia Federale era stata clemente, anzi blanda. Fatti assai deplorevoli come la sistematica attività di denigrazione, minaccia, derisione e calunnia veicolate attraverso il Web ai danni di un dirigente da parte di un tesserato esaltato e in opposizione, e aduso a filmare deliranti messaggi veicolati via web e che non solo offendevano il dirigente ma umiliavano l’intera FMI con il placet silenzioso di Sesti al calunniatore via web dolosamente impegnato a postare decine di video venne fatta la carezzina.

E dopo due mesi il Presidente avrebbe voluto pure graziarlo! Cosa non verificatasi per un compulso di dignità dei consiglieri federali del tempo che bocciarono il proposito che avrebbe legittimato altri emuli del calunniatore a fare la stessa cosa nella certezza di una sostanziale impunità o della tolleranza del vertice di Viale Tiziano. O nel caso di un energumeno, padre di un pilota che colpì un dirigente, tirandogli contro con violenza il casco del figlio colpendolo sulla fronte senza che il pilota, responsabile oggettivo dell’azione del padre, venisse squalificato insieme al genitore.

In altri casi legati anche a guerre e faide politiche due presidenti regionali furono radiati e poi recentemente è stata negata (pare per l’impossibilità di convocare il consiglio federale) la grazia – che avrebbe ridotto di 10 giorni il fine pena – ad un ragazzo, assente al momento di un diverbio fra un commissario zelante e il padre che gli aveva chiesto di poter ritirare la moto dal parco chiuso, ma ugualmente sanzionato a gara finita a titolo di responsabilità oggettiva.

Giustizia double face e a più velocità? La paura è che sotto l’occhio dei media Fenati diventi l’agnello sacrificale di una Federazione in ambasce che sente rumore di scheletri agitarsi negli armadi.

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