
Per Santiago Pavisich, attaccante del Gioiosa Jonica, fare il calciatore significa sentirlo soprattutto nel cuore e nell’anima. E se dietro una magia c’è sempre un trucco, anche dietro ogni atleta determinato e caparbio c’è una parte nascosta, fatta di duro e costante lavoro.
Originario di San Luis, in Argentina, Santiago è cresciuto in un ambiente in cui lo sport si respirava in ogni angolo della casa: due fratelli calciatori, una sorella pallavolista e un padre che lo avvicina al pallone già all’età di tre anni:
“Ricordo che uscivamo di casa tutti insieme, per poi ritrovarci nuovamente una volta terminati i nostri allenamenti. Ho iniziato molto presto e questo mi ha portato a confrontarmi con ragazzi più grandi di me, ma non mi sono mai fermato. Tra noi fratelli, sono stato l’unico a proseguire su questa strada, nonostante, a mio avviso, fossi il meno bravo.”
Per Pavisich il calcio non è una scienza esatta e, come tale, i risultati non si possono prevedere con certezza. È così che, con costanza, sviluppa una mentalità fondata su disciplina rigorosa e massima ambizione. Emblematica, in questo senso, è una partita di Coppa giocata contro il River Plate:
“Abbiamo perso 7 a 0. Noi eravamo una squadra di Serie C mentre loro avevano vinto di tutto: la Coppa Libertadores, la Sudamericana e diverse volte il campionato. Ricordo che mio padre mi chiese se a fine gara almeno avessi scambiato la maglia con qualcuno dei giocatori, ma fu tutt’altro. Uscii dal campo in lacrime. Dentro di me c’è sempre stata la voglia di vincere, non volevo soltanto vivere l'esperienza di affrontare i migliori di tutta l’Argentina, ma lasciare il segno. Solo ora, con molta più consapevolezza, riconosco l'onore di aver potuto giocare quel match.”
Centravanti dal fisico statuario, infallibile sotto porta e difficile da fermare. In Argentina chi incarna queste caratteristiche viene soprannominato “Tanque”, letteralmente “carro armato”. Ma per lui è un’etichetta che racchiude molto di più:
“È un soprannome che rispecchia anche il mio carattere e lo porto con orgoglio. Mio padre mi ha insegnato che la chiave di tutto è il sacrificio e fin da piccolo ho dedicato tutto me stesso per inseguire questo sogno. Un’attitudine, questa, che mi ha permesso di superare i momenti più difficili. Ho affrontato diversi infortuni e non solo: fare il calciatore significa allenarsi ogni giorno, stare spesso lontano dalla famiglia e rinunciare a molte occasioni speciali. Per questo credo che sia un mestiere che va fatto solo se davvero si ha la giusta passione e dedizione.”
Problemi burocratici prima e pandemia dopo hanno rallentato i suoi primi passi in Italia. Per far fronte alle difficoltà economiche, Santiago si rimbocca le maniche lavorando come elettricista, barista, falegname e idraulico. Quando nel 2023, arriva finalmente il riscatto. Ad Agrigento, con la maglia dell’Akragas, conquista la promozione in Serie D davanti a oltre 5.000 tifosi:
“Abbiamo vissuto un momento incredibile, ma ciò che mi ha emozionato di più è stata la gioia dei bambini: sentirli dire che vogliono essere come te è qualcosa che ti tocca dentro.”
Nel presente c'è il Gioiosa Jonica che ha iniziato la stagione con un avvio ottimo conquistando i quarti di finale di Coppa Italia e un momentaneo secondo posto in campionato. Da parte sua, l’attaccante argentino ha già dimostrato la sua incisività mettendo a segno 7 reti su 9 presenze:
“Ogni partita va affrontata con impegno e rispetto. Poi, naturalmente, il calcio è sempre imprevedibile e nel rettangolo di gioco siamo undici contro undici. Può capitare che le cose vadano nel verso giusto più per loro che per noi. L’esempio che cito sempre è che pure i grandi campioni, come Messi e Cristiano Ronaldo, hanno sbagliato diverse volte nella loro carriera. Noi siamo dei ragazzi umili che mettono il bene della squadra davanti a tutto. In questo sport è importante ciò che si costruisce insieme perché alla fine quando si alza un trofeo la medaglia è per tutti.”
Essere un attaccante, e più in generale un calciatore, non è semplice. Ogni gesto e ogni movimento è scrutato con attenzione dai tifosi, ma sono pochi quelli che si fermano a capire davvero le sfide e le fatiche che indossare quella maglia comporta:
“Spesso veniamo criticati per tutto, nel mio caso anche per un pantaloncino troppo alto. Tuttavia, questo fa parte del nostro mestiere e in 18 anni di esperienza non è la prima volta che mi capita. Chi lo fa non pensa che dietro al giocatore c’è una persona, un uomo, un padre o un marito. Da parte mia, scendo in campo per per dare il 100% nel rispetto dei miei compagni, dei colori che indosso e del calcio stesso.”
Ancora più grande dell’amore per il pallone, c’è quello per la sua famiglia:
“Non so cosa mi riserverà il futuro, sicuramente mi piacerebbe restare in questo ambiente. Se così non fosse, non mi spaventa l’idea di intraprendere un nuovo lavoro. Faccio tutto per mia moglie e mia figlia, sono loro la mia forza. E poi ci sono i miei genitori: senza di loro non sarei qui. Mio padre mi ha insegnato a non accontentarmi mai, mentre mia madre è sempre stata il mio punto di equilibrio.”






















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