
La Vibonese è rimasta in Serie D non grazie a una società forte, non grazie a una programmazione lucida, non grazie a una dirigenza presente. Si è salvata perché un manipolo di ragazzi, spesso lasciati soli in mezzo alla tempesta, ha deciso di non mollare mai, facendo affidamento sul faro acceso di Pippo Caffo (che ha chiesto scusa in conferenza stampa per avere creduto nel duo Cammarata – Costa), sul commissario del sindaco Rino Putrino, su un allenatore tenace come Danilo Fanello, su un nuovo ingresso in società che ha ridato fiducia (quello dell’associazione Noi Siamo Vibo Valentia, guidata da Donatella Fazio).
Si è salvata con il cuore, con la rabbia, con la paura addosso. Si è salvata attraverso i sacrifici di uno spogliatoio giovane, inesperto ma incredibilmente dignitoso. Ragazzini che hanno dovuto sopportare una stagione assurda, fatta di silenzi, tensioni, contestazioni, cambi di allenatore, errori e confusione continua. Eppure, quando tutto sembrava perduto, hanno trovato dentro loro stessi la forza di rialzarsi.
La salvezza conquistata ai playout contro l’Acireale ha il volto sporco di sudore di chi ha combattuto davvero. Non di chi stava distante. Non di chi compariva soltanto nei momenti più comodi.
Ed è proprio per rispetto verso quei ragazzi, verso la maglia rossoblù e verso una città intera, che oggi bisogna dire con chiarezza ciò che tanti pensano da mesi: Fernando Cammarata deve lasciare la Vibonese. Ma deve farlo davvero.
Perché questa storia degli addii annunciati i tifosi l’hanno già sentita. A gennaio sembrava tutto definito: il presidente aveva parlato di un passo indietro, di quote da consegnare al sindaco Enzo Romeo, di una nuova fase pronta a partire. Parole che avevano acceso una speranza in una piazza stanca, delusa, esasperata.
Poi, però, non è accaduto nulla.
Le quote sono rimaste dov’erano. La Vibonese ha continuato a galleggiare nel caos. E intanto la squadra sprofondava fino a giocarsi tutto in novanta minuti drammatici.
Oggi, dopo la salvezza, tornano ancora le voci di dimissioni, di passi indietro, di addii imminenti. Ma Vibo Valentia non può più vivere di annunci, indiscrezioni o promesse mai mantenute.
Serve un gesto concreto. Immediato. Definitivo.
Perché il problema non è soltanto una stagione sbagliata. Nel calcio si può sbagliare, si può perdere, si può retrocedere. Il problema è aver progressivamente svuotato di entusiasmo un ambiente che per anni aveva fatto della passione la sua forza. Aver allontanato la gente. Aver trasformato la Vibonese in una società sospesa, senza una guida chiara, senza una visione, senza una presenza vera nei momenti più delicati.
E allora questa salvezza deve diventare uno spartiacque.
La Vibonese ha bisogno di riprendersi la propria identità. Ha bisogno di persone presenti, credibili, innamorate di questi colori. Ha bisogno di costruire, non di sopravvivere ogni anno tra polemiche e improvvisazione.
Chi ha salvato la Vibonese sul campo merita rispetto. E il primo segnale di rispetto, oggi, sarebbe vedere finalmente mantenuta quella promessa fatta mesi fa: andare via e lasciare la Vibonese libera. Libera di ripartire con nuova linfa, con nuovi dirigenti, dirigenti veri, e imprenditori (che sappiamo essere pronti) che puntino a un progetto serio.
Non servono più parole. Quelle sono finite da tempo. Adesso servono fatti. E servono subito. Lo merita la città e i quasi 3.000 tifosi presenti al Luigi Razza domenica.


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