In morte del “Pibe de Oro”

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La notizia della morte di Diego Armando Maradona ha gettato nello sconforto tifosi di tutto il mondo. Gente privilegiata che per un dato anagrafico aveva avuto il piacere di vederlo all’opera nella sua lunga stagione agonistica e altri,più giovani, che lo hanno conosciuto solo grazie alle immagini televisive.

Napoli in particolare vive un momento di lutto e di dolore collettivo e collettivamente condiviso, che si spiega solo con l’interiorizzazione nell’anima del popolo partenopeo di un uomo che aveva dato figura e corpo al riscatto di una citta’ che fu la capitale di un regno e che in Maradona aveva trovato il personaggio in grado di riscattare agli occhi del mondo, con la maglia e gli scudetti del Napoli, 120 e passa anni di umiliazioni che dal nefasto 1860 garibaldino videro Napoli violentata e derisa, impoverita, spogliata dei suoi primati e dei suoi tesori, ridotta all’ombra della splendida citta’ che fu, fra mandolini, Pulcinella e guappi, “ommene dd’onore” scugnizzi e contrabbandieri, visioni oleografiche, poesia e gesta di camorristi rampanti che avevano trasformato negli anni l’immagine della citta’ in quella di un caleidoscopico coacervo di decaduta nobilta’, di quartieri decadenti e di altri opulenti di moderna ricchezza e di caotiche periferie i cui abitanti intorno a Maradona riscoprirono un unico grande cuore capace di battere all’unisono e, intorno alle gesta e all’amore incondizionato verso il funambolico argentino, furono capaci di recuperare una identita’ cittadina e territoriale rimasta poi inalterata negli anni e pronta a gioire anche quando Maradona in qualche occasione torno’ in citta’ dopo la fine della carriera di atleta, nella lunga parentesi successiva e non priva di eccessi e di vicende controverse talvolta border line.

Un uomo senza mezze misure. In campo sempre pronto a battersi per la vittoria anche sfidando la sorte e l’occhio dell’arbitro, come nel celeberrimo episodio della “mano de Dios” del mondiale 1986 nella gara fra Argentina e Inghilterra: il goal segnato aiutandosi con la mano e che oggi, in tempo di VAR non sarebbe stato convalidato, ha fatto storia insieme alle tante altre prodezze che lo consacrano il miglior calciatore di sempre.

Una storia graffita fra genio e sregolatezza che ha resistito fino ad oggi ad eccessi e all’onta impietosa del tempo che negli ultimi anni ci mostrava la maschera del campione di un tempo, appesantito e sofferente, a conferma della grande profonda verita’ dei versi di Dalla che dicono che alla fine – nella vita come nello sport – “è tutto finto e un vincitore vale quanto un vinto”. Vincitore sul campo, Diego Armando Maradona, non sempre, purtroppo, lo e’ stato in una vita contrassegnata da eccessi e stravizi, figli di quel vuoto interiore e di quel male oscuro che lontano dal calcio e dai campi di calcio lo ha spesso avvinghiato e quasi ghermito.

La morte che e’ giunta inattesa ha impedito che la senescenza obliterasse agli occhi di generazioni giovani cio’ che era stato e quel che aveva rappresentato. Come per gli eroi della mitologia, lo ha fatto passare da una sofferta quotidianità a quella dimensione eterna riservata ,appunto, agli eroi. Altri moderni eroi che non hanno conosciuto la vecchiezza del corpo, vivono ancor oggi nel ricordo e nella leggenda. Da Gilles Villeneuve, ad Ayrton Senna, a Gaetano Scirea, a Salvo d’Acquisto, a Marco Simoncelli, Kobe Bryant a Riccardo Paletti , a Lady Diana. Ora anche Maradona ha smesso di invecchiare nel corpo e nello spirito. Resta la sua aura e la leggenda di un ragazzo argentino poverissimo, divenuto con la sua bravura ” Il Re del Mondo” alta sollevando la Coppa del Mondo o, correndo a braccia alzate verso il cuore grande della curva del San Paolo. Re di tutta Napoli: citta’ che ora si sente vedova, orfana. Sola. Il Re e’ morto. Viva il re!!