Juve, l’analisi dell’ennesimo fallimento Champions

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La Juventus è fuori dalla Champions agli ottavi per il secondo anno di fila. Quando il 10 luglio di tre anni fa veniva acquistato Cristiano Ronaldo, nessuno avrebbe mai auspicato un epilogo del genere. Il “colpo del secolo” si è in realtà rivelato un fallimento, più societario che tecnico, di considerevoli proporzioni. La sua partita contro il Porto è stata senza dubbio la peggiore da quando veste la maglia bianconera e, perciò, è finito nel mirino di tifosi e giornali che lo hanno accusato di scarso impegno e di essere mancato nel momento clou. Il suo arrivo a Torino aveva come obiettivo quello di riportare dopo tanti anni il club torinese sul tetto d’Europa ed invece è servito unicamente a consolidare i successi nazionali, ottenuti anche negli anni precedenti senza il fuoriclasse portoghese. Ma cos’è realmente andato storto nelle ultime stagioni? Come ha fatto la Juventus a regredire anziché migliorare?

I cicli finiscono e questa è assolutamente la normalità. Nove anni di successi in patria non si costruiscono dal nulla e non possono passare di certo inosservati. Tuttavia che Ajax, Lione e Porto, non proprio squadroni, abbiano eliminato la Vecchia Signora in queste ultime edizioni della Champions League la dice lunga sulle tante difficoltà avute ultimamente dai bianconeri. Negli ultimi tre anni la Juventus, nonostante siano arrivate delle vittorie in ambito nazionale, sembra aver perso quello spirito di squadra e quella voglia di “azzannare la preda quando sente l’odore del sangue” (come direbbe il buon Francesco Repice) che invece l’avevano contraddistinta negli anni precedenti.

La Juventus di Massimiliano Allegri non si fondava certamente sul principio del bel gioco ma sulla teoria, all’apparenza buffa ma efficace, del corto muso: nell’ippica per vincere basta mettere il musetto davanti di poco, e lo stesso vale per il calcio. Infatti, il tecnico livornese venne più volte preso di mira dagli stessi tifosi bianconeri per il suo conservatorismo calcistico e per il suo non gioco. Ma quella squadra lì, pur non essendo bella da vedere, non dava di certo l’idea di essere disunita e raramente peccava di cattiveria, qualità che invece è venuta meno negli ultimi anni in quel di Torino. La Juve di acciughina dava la netta sensazione di poter vincere contro chiunque, di poter sbloccare la partita in qualsiasi momento, di poter portare a casa il risultato anche in maniera poco brillante. Ma soprattutto, uno dei grandissimi meriti di Allegri era stato quello di aver costruito una grande mentalità europea ad una squadra che non ce l’aveva affatto. “Prima che arrivassi io c’era gente che aveva paura di giocare contro il Malmoe”: un po’ quello che è avvenuto nelle ultime stagioni.

In campo non si percepisce solo la paura, ma anche l’assenza dell’unione da parte del gruppo. Né Sarri lo scorso anno né Pirlo in questa stagione, sembrano essere riusciti a prendere le redini dello spogliatoio e ad affermarsi come punti di riferimento e come veri leaders. Il tecnico toscano c’era riuscito nella prima parte di stagione, tanto che inizialmente la Juve incarnava perfettamente gli ideali sarriani, ma successivamente è stato abbandonato al suo destino. Mentre Pirlo, ancora acerbo come allenatore, da questo punto di vista sembra fare quel che può limitando i danni.

Questo fallimento, però, non passa unicamente dal campo e dalla panchina, ma ha nei suoi imputati specialmente la società e le scelte di mercato discutibili. Dall’addio di Marotta, pilastro fondamentale della costruzione del ciclo vincente bianconero, si arriva alle cessioni inspiegabili (Cancelo, Kean ed Emre Can su tutti) e soprattutto agli acquisti che, seppur a parametro zero come Ramsey e Rabiot, sono tutt’ora un peso per gli stipendi (7 milioni l’anno ciascuno) e non hanno mai del tutto convinto la tifoseria. Un buon lavoro, invece, Paratici lo ha svolto sull’acquisto di alcuni giocatori giovani come ad esempio Chiesa, uno dei migliori quest’anno, Arthur, miglior centrocampista della squadra, e McKennie, scommessa sinora vinta dal d.s. bianconero. Altri giocatori di giovane età non hanno sempre convinto ma possono certamente migliorare, come Kulusevski e Demiral.

Dunque, la Juventus sembra sul viale del tramonto. Dopotutto anche capitan Chiellini, dopo la sconfitta in campionato contro l’Inter, aveva lanciato l’allarme. Dopo 9 anni il campionato non sarà conquistato (salvo rimonte clamorose) e l’unica magra consolazione di questo finale di stagione sarebbe la vittoria della Coppa Italia, non così scontata perché da giocare contro un’avversaria tostissima. Gli ultimi tre anni, quelli che avevano quasi la necessità di passare alla storia come “gli anni della svolta” sono diventati invece “gli anni delle più grandi delusioni”.