La morte di Pablito, una pagina di vita andata via

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Non ho provato – al di la del dispiacere, comprensibile e umano, deflagrante emozione alla notizia della morte di Diego Armando Maradona. Improvvisa. Tragica. Ma giunta alla fine di una vita tumultuosa e forse troppo e troppo spesso oltre le righe. Quel che ha fatto poi da corollario e da contorno lo ha ampiamente confermato. Mi sono ritrovato con la vista offuscata da lacrime a stento represse vedendo, lo scorso 10 dicembre, il primo TG di una giornata iniziata molto presto sotto una pioggia infida con la radio a farmi compagnia mentre le prime luci dell’alba illuminavano un paese ancora avvolto nel torpore di una notte resa insonne da violenti scrosci di pioggia.

Lo speaker di Radio Montecarlo annuncia la morte di Paolo Rossi: eroe del Mondiale del 1982. Il tono della voce tradisce l’emozione e d’improvviso davanti agli occhi, evocata dalla memoria, ritorna vivida quella notte magica dell’11 Luglio. La vittoria al Santiago Bernabeu contro la Germania e poi la festa attesa, improvvisa e travolgente che nel fulgore dei 20 anni ci vide garrire con orgoglio il tricolore e inneggiare alle gesta di Pablito Rossi. Si, lui, il capocannoniere sgusciante e incontenibile in campo che avrebbe potuto essere l’amico della porta accanto nella sua disarmante semplicità, nella spontaneità e nella normalità dei suoi gesti fuori dal campo, in quel suo essere garbato, quasi timido, per nulla personaggio anche se in quei giorni era per gli italiani il figlio o il fratello che avremmo voluto avere o il campione che avremmo voluto essere.

Veniva fuori da una storia grandiosa e assai simile a quelle di Maradona con il Napoli. Scritta a Vicenza a suon di goals fino a portare il Lanerossi Vicenza, squadra provinciale, di lusso ma sempre provinciale, a lottare per lo scudetto, concludendo solo e grazie solo ai goal di Rossi alle spalle della Juve di Agnelli – Giovanni, l’Avvocato – sia chiaro – non i suoi epigoni ed eredi. Poi l’esordio in Nazionale nel mondiale argentino del ‘76, reti e funambolismi che fecero dimenticare il Rivera di Messico ‘72, un altro che come Rossi non aveva un fisico prestante ma che con il pallone sapeva destreggiarsi.

La sua parabola poco dopo sembrava dover conoscere un inglorioso finale anticipato e la fine ingloriosa di una promettente carriera. Accusato di essersi prestato a partite combinate dai maghi del calcio scommesse. Lui il goleador capace di sfruttare ogni occasione e spinto da un’ansia di vittoria incontenibile. Inutilmente Paolo Rossi aveva proclamato la sua estraneità alle vicende di un calcio scommesse di fine anni ’70. Ma, si sa, la giustizia sportiva spesso non va per il sottile e certa stampa molto spesso contribuiva a dare una mano per vedere ovunque corrotti e corruttori in un’epoca in cui gli italiani speravano nel 13 al Totocalcio e il Superenalotto ancora non esisteva. Ex post, la prova di quella estraneità e di quella innocenza, Paolo Rossi l’ha data con la sua intera vita. Due anni di squalifica. Un’eternità per chiunque e forse, chiavistello capace di chiudere per mai più riaprire le porte del calcio professionistico.

Il grande Enzo Bearzot che già aveva conosciuto e apprezzato l’atleta e soprattutto l’uomo non credeva a quella sentenza fatta da un tribunale di uomini condizionati dalla necessità di dare risposte rigoristiche più che di accertare senza ombra di dubbio la colpevolezza o l’innocenza di chi cadeva sotto la loro lente – lo volle in Nazionale e in quella Nazionale capitanata dal quarantenne Dino Zoff. Paolo Rossi fece la differenza segnando a ripetizione, facendo segnare e trascinando la squadra – dopo un avvio incerto – verso un titolo mondiale che per chi visse quella sera di gioco, di trionfo e di festa rimane un momento indimenticabile.

Aveva ragione Paolo Rossi moltissimi anni dopo a dire che ognuno quella sera di luglio avesse fermato il tempo e che ognuno pertanto ricordasse perfettamente dove fosse, cosa stesse facendo, con chi avesse visto la partita e con chi avesse poi fatto festa in un notte d’estate che avremmo voluto non finisse mai.

Avevo 23 anni, la sera dell’11 Luglio del 1982. Anzi, avrei festeggiato il ventitreesimo compleanno 3 giorni dopo. L’appuntamento per la partita fu, insieme ad altri amici di quel tempo, nella casa dirimpetto alla mia: una villa signorile un po’ decadente alla periferia del paese, appartenuta ad un medico e allora abitata da Donna Rosaria, la sua anziana consorte e dai figli e relativi nipoti, che occupavano le varie ali della grande costruzione signorile dando vita ad una sorta di famiglia allargata i cui elementi più giovani Augusto e Angelo e le loro sorelle e cugine, quasi nostri coetanei, erano divenuti nostri inseparabili amici. Loro avevano la TV a colori.

Ci ritrovammo tutti insieme nel tinello al piano terra della casa di “Donna Rosaria”. Eravamo in tanti. Avevamo con noi le bandiere e anche le macchine: la mia 126 personal turchese e la 127 Special amaranto di Silvio, un collega d’Università. Ricordo gli inni. Le prime azioni. Poi il primo goal. Fu Paolo Rossi a segnarlo. L’urlo di gioia, corale, risuonò all’unisono in tutta la penisola. Era giusto che fosse stato lui a segnare. In quella finale l’Italia era giunta con i suoi goal e, dunque, nella gara che assegnava il titolo Pablito non poteva mancare l’appuntamento con la storia e la gloria. Seguirono le reti di Tardelli, e il suo” Gool” gridato a squarciagola, e di Altobelli e la rete della bandiera tedesca segnata da Breitner. Infine l’urlo liberatorio di Nando Martellini: quel “Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondoooo!!!!!” entrato nella mente, nella memoria e nella storia del calcio ci vide saltare giù dalla finestra – peraltro non bassissima – della casa di Donna Rosaria così per fare prima a metterci in macchina e uscire suonando il clacson mentre uno di noi teneva stretta fuori dal finestrino la Bandiera della Vittoria: della nazionale, di Rossi, della squadra e anche nostra. Veramente quella sera dell’11 luglio fummo come ormai purtroppo raramente accade un popolo, con un solo cuore e una sola bandiera.

Davanti al televisore scorrono le immagini di Pablito – e della nostra vita – alcune mostrano i segni del tempo altre sono di qualità migliore. E il tempo sembra tornare indietro a quell’anno lontano e a quella pagina bella della nostra generazione, fatta di sogni, di speranze, di illusioni di sogni sognati, di illusioni cullate, di sorrisi, di sguardi, di amori giovanili, di sguardi fino ad allora furtivi e che nell’euforia della festa si trasformarono in abbracci e in baci. Avevi ragione Paolo Rossi. Quella sera hai contribuito a fermare il tempo. Con la tua aria di bravo ragazzo in un’epoca in cui i calciatori avevano la faccia pulita e non ostentavano tatuaggi e vetture fuoriserie, non avevano procuratori e sapevano stringere i denti e resistere ai colpi violenti nelle caviglie.

Una pagina bella della nostra vita se ne va via insieme a lui, Pablito, che seppe colorarla di luce. Per questo la commozione prevale sul selfcontrol come accadde per Villeneuve e per Senna. Ma quella è un’altra storia. Un’altra pagina della mia vita andata via.