La magia del mondiale

70

Trovare in uno stadio due formazioni: gli africaans nigeriani, alti, longilinei bruniti dal sole di una terra povera e i biondi possenti islandesi eredi di generazioni di marinai intrepidi e impavidi cacciatori fra nevi perenni.

Nigrizia. Era il titolo di un giornalino di una congrega di preti missionari e mostrava le immagini di villaggi di capanne sullo sfondo di una Savana selvaggia di alberi radi e altissimi e spazi solcati da sentieri polverosi sui quali ragazzi scalzi correvano incontro alla vita. Come ancor’oggi fanno in maniera più drammatica, attratti dai miraggi di un occidente lontano e fascinoso.

Di contro i discendenti dei vikinghi, biondi seguaci di Odino e degli Dei del grande Nord di nevi perenni, cacciatori di alci e di foche e pescatori di merluzzi nelle acque di fiordi che si aprono fra rocce erose dal mare e scavate dal vento del nord e colorati di verde e di smeraldo di immaginifiche aurore boreali.

Eccoli sul terreno di gioco. Occhi volti al cielo mentre suonano gli inni nazionali. Due mondi lontanissimi che s’incontrano: come due rette all’infinito. Il gioco è piacevole. Schemi semplici. Talvolta prevedibili con i nigeriani che alla distanza dimostrano maggiore energia nelle gambe e nella testa. E alla fine vincono con due reti frutto del genio e della velocità di Amhed Musa e di una lentezza di reazione degli islandesi, piu’ lenti dei nigeriani e alla fine meno lucidi.

Due mondi diversi a confronto. Due realtà di sacrifici e di passione senza ingaggi milionari – forse praticanti dilettanti – cementate dal sogno di una esperienza di fratellanza mondiale concretizzatasi dentro uno stadio dove al vento lieve della sera si respirano i profumi della breve estate russa.

CONDIVIDI