113 anni fa nasceva il Football Club Internazionale Milano

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“Nascerà qui, al ristorante “Orologio”, ritrovo di artisti e sarà per sempre una squadra di grande talento. Questa notte splendida darà i colori al nostro stemma: il nero e l’azzurro sullo sfondo d’oro delle stelle. Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo”

Era il 9 marzo 1908 quando a Milano, presso il ristorante “Orologio”, nasceva l’Inter.

A fondarla, in quel lunedì notte di 113 anni orsono, furono 44 soci dissidenti del Milan Football and Cricket Club capeggiati dal cartellonista, caricaturista e pittore Giorgio Muggiani che ne avrebbe disegnato il logo scegliendo come colori sociali il nero e l’azzurro. Ad assumere la carica di primo presidente fu nominato il veneziano Giovanni Paramithiotti mentre il primo capitano della squadra, che prima del debutto ufficiale (gennaio 1909) si limitò a disputare soltanto gare amichevoli (la prima ebbe come avversaria l’Ausonia Pro Gorla), fu il difensore svizzero classe 1887, con trascorsi con lo Zurigo, il Milan e lo Stade Helvetique de Marseille, Hernst Xavier Marxtl.

Per brindare al primo successo non si dovette attendere molto lungo i navigli. Correva, infatti, la stagione 1909-10 e per l’Inter, con a capo il presidente Carlo De Medici, arrivò il primo alloro, anche se a sfidare i neroazzurri nello spareggio contro la Pro Vercelli, giunta a pari merito con i meneghini al termine del campionato di Prima Categoria, non ci furono i titolari ma la formazione giovanile mandata in campo in segno di protesta contro la Federazione dall’allora presidente dei piemontesi Luigi Bozino. Alcuni dei protagonisti di quella primissima Inter vincente, che ebbe come prima casa il campo di Ripa Ticinese soppiantato nel 1912 dal campo Goldoni e, saltuariamente, dall’elegante Arena Civica, furono… il portiere Campelli, i difensori svizzeri Engler e Zoller, il centrocampista svizzero Peterly, e gli attaccanti, l’uno italiano e l’altro svizzero, Aebi e Schuler; guidati da Virgilio Fossati a ricoprirne la doppia carica di allenatore/calciatore.

Terminata la Grande Guerra, che si portò via Virgilio Fossati, ecco arrivare il secondo alloro avendo la meglio nella finale contro il Livorno per la gioia del presidente Giorgio Hulss. A guidare quell’Inter non c’era ancora un vero e proprio allenatore (il primo della serie fu l’inglese Bob Spottiswood) ma una commissione tecnica formata da Francesco Mauro e Nino Resegotti che ebbe come faro l’intramontabile Luigi Cevenini detto “zizì” che qualche anno prima avrebbe messo insieme l’incredibile bottino di 37 reti nell’arco di una sola stagione.

Dopo aver sfiorato la clamorosa retrocessione nel 1922 (la salvezza venne conquistata dopo i decisivi spareggi contro la Libertas Firenze… 3-0 a Milano e 1-1 a Firenze grazie alla rete decisiva di Aebi che scongiurò un ulteriore spareggio), sei anni dopo il regime fascista impose all’Inter il cambio di denominazione sociale e fu, così, che nacque l’Ambrosiana con l’acronimo Inter che gli venne aggiunto nel 1932. Tutto ciò non ne scalfì la propensione ad altri successi e, prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, trascinata dal fuoriclasse Giuseppe Meazza (capitano dal 1931 al 1940) mise insieme altri tre Scudetti, il primo dei quali, con Oreste Simonotti nelle vesti di presidente che nel 1932 avrebbe passato la mano a Ferdinando Pozzani, guidata in panchina da Arpad Weisz, e la prima Coppa Italia battendo in finale il sorprendente Novara con Ferraris e l’occhialuto Frossi che resero vana la rete di Romano nella ripresa.

Finita la guerra l’Ambrosiana Inter, presieduta dal 1942 da Carlo Masseroni, ritorna a chiamarsi Inter ma, trasferitasi nel frattempo allo stadio San Siro, per rispolverare la sala dei trofei si dovettero attendere gli anni ’50 quando, con Alfredo Foni in panchina, conquistò altri due Scudetti… erano gli anni di Nyers, Skoglund e Lorenzi. Nel 1955 Carlo Masseroni lascia l’Inter nelle mani del petroliere Angelo Moratti il quale, dopo un quinquennio molto tormentato con continui cambi in panchina che non portarono a nulla, nel 1960 decide di affidarne la guida tecnica ad Helenio Herrera “il mago”.

La scelta fu azzeccatissima e, dopo una stagione che si concluse con la Juventus a crogiolarsi di un tricolore che mandò su tutte le furie Angelo Moratti e lo stesso Herrera, dal 1961-62 al 1965-66, quella che verrà conosciuta in Italia, in Europa e nel mondo con l’appellativo di Grande Inter, il cui undici che la issò ai vertici del calcio mondiale recitava… Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso, metterà insieme altri tre Scudetti (l’ultimo della serie fu quello della stella), due Coppe dei Campioni, prevalendo in finale contro i colossi Real Madrid e Benfica, e due Coppe Intercontinentali vinte entrambe contro i temibili argentini dell’Independiente.

Tramontata l’epopea della Grande Inter, il cui passo d’addio fu la sconfitta nella finale della Coppa dei Campioni contro il Celtic seguita, pochi giorni dopo, dalla clamorosa caduta contro il Mantova che consegnò lo Scudetto alla Juventus su un piatto d’argento, nel 1970-71, sotto la presidenza di Ivanoe Fraizzoli, ecco arrivare l’undicesimo tricolore. Un successo che ebbe come artefici assoluti Giovanni Invernizzi, subentrato in corso d’opera ad Heriberto Herrera, e Boninsegna con la vecchia guardia formata da: Burgnich, Corso, Jair e Mazzola ancora in sella.

Dopo aver perso, l’anno seguente, la finale della Coppa dei Campioni contro il grande Ajax dell’astro nascente Johan Cruijff, tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 arriva Eugenio Bersellini “il sergente di ferro” e, da  Sonnino, un certo Alessandro Altobelli, per tutti “spillo”, che aprono la strada ad altri successi tradotti nella seconda e nella terza Coppa Italia, battendo nelle finali Napoli e Torino, intervallate dal dodicesimo Scudetto, che promosse l’incostante ma fantasioso Beccalossi, conquistato matematicamente dopo un 2-2 al Giuseppe Meazza contro la Roma.

Andato in archivio il lunghissimo mandato di Ivanoe Fraizzoli arriva Ernesto Pellegrini che non si risparmia ingaggiando fior fiori di campioni quali: Liam Brady e Karl Heinz Rummenigge ma, nonostante i corposi investimenti, dopo le cocenti beffe contro il Real Madrid nelle semifinali di Coppa U.E.F.A. e due terzi posti in campionato, per rivincere si deve attendere il 1988-89 quando arriva lo Scudetto dei record firmato Giovanni Trapattoni il cui formidabile undici che sbaragliò la concorrenza recitava… Zenga, Bergomi, Brehme, Matteoli, Ferri, Mandorlini, Bianchi, Berti, Diaz, Matthaeus, Serena.

Conquistato il tricolore Diaz lascia il posto a Klinsmann e quell’Inter, che sembrava invincibile, deve fare i conti con la delusione dell’uscita dalla Coppa dei Campioni ai sedicesimi di finale per mano degli svedesi del Malmoe di Roy Hodgson anche se, Cucchi e Serena, le consegnano la prima Supercoppa italiana battendo la Sampdoria in un freddissimo novembre milanese del 1989. La stagione seguente il Trap saluta l’Inter ma solo dopo averla fatta rivincere in campo europeo dove conquista la prima Coppa U.E.F.A. prevalendo nella doppia finale sulla Roma. Coppa U.E.F.A. che i neroazzurri rivinceranno altre due volte.

Nel 1993-94, stagione che segnerà il passo d’addio dei senatori Zenga e Ferri, con il portierone oppostosi in tutti i modi nella finale di ritorno contro il Casinò Salisburgo, e nel 1997-98 quando, con Gigi Simoni in panchina e Ronaldo “il fenomeno” a dettar legge in campo, la Lazio venne schiantata 3-0 nella finale del Parco dei Principi dalle reti di: Zamorano, Zanetti e dello stesso Ronaldo che in quella sera parigina fece ammattire l’undici biancoazzurro. Stagione che per l’Inter avrebbe potuto essere trionfale anche in Italia se il nettissimo fallo di Iuliano su Ronaldo, in un derby d’Italia che fece sobbalzare persino il pacatissimo Gigi Simoni, sarebbe stato punito con l’ovvio calcio di rigore che solo Ceccarini non vide.

Giunti nel nuovo millennio, smaltita la delusione del 5 maggio 2002 con l’Inter di Hector Cuper che, crollando inspiegabilmente contro la Lazio, regalò l’ennesimo Scudetto alla Juventus, la sala dei trofei viene rispolverata tre anni dopo con la conquista della quarta Coppa Italia (erano gli anni di calciopoli…) che aprì un lungo periodo di successi (15 in soli sei anni) che, dopo aver toccato l’apice con la conquista della terza Coppa dei Campioni/Champions League nel maggio del 2010, quando, nella finale del Santiago Bernabeu contro il Bayern Monaco, l’Inter di Josè Mourinho, scesa in campo con… Julio Cesar, Lucio, Samuel, Maicon, Chivu, Cambiasso, Zanetti, Sneijder, Pandev, Eto’o, Militoentrò nella leggenda centrando uno storico “triplete”, e con il Mondiale per club, battendo i congolesi del Tout Puissant Mazembe (con Mourinho che nel frattempo avrebbe lasciato il posto a Rafa Benitez il cui più grande rammarico fu la sconfitta nella Supercoppa Europea contro l’Atletico Madrid), si chiuse nel 2011 con la conquista della settima Coppa Italia a spese del Palermo guidata non più da Benitez ma dal brasiliano Leonardo.

Da quell’ultimo trofeo messo in bacheca, che portò a 39 il numero totale di allori conquistati dal lontanissimo 1910, sono trascorsi dieci anni e l’Inter è cambiata molto passando dal passionale Massimo Moratti (presidente più vincente della storia interista seguito da papà Angelo) alla proprietà straniera che ha segnato una svolta epocale con l’indonesiano Erick Thohir, dal 2015, e il cinese Steven Zhang, dal 2018, a ricoprine la carica presidenziale. Una proprietà, quest’ultima, che, almeno in Italia, sta riportando l’Inter ai livelli che la sua gloriosa storia, che oggi ne celebra i 113 anni, le impone.