Attilio Giovannini, arcigno difensore dell’Inter che fu

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Nato nell’allora frazione di Verona San Michele Extra il 30 luglio 1924, difensore, forse poco elegante, ma molto efficace, dopo essersi formato nell’Audace San Michele Extra, approda al Bolzano e, nell’estate del 1947, fa tappa in terra toscana indossando i colori della Lucchese che lo farà esordire in Serie A il 14 settembre 1947 (Lucchese – Genoa 0-3…) centrando con i rossoneri la salvezza in un campionato dove a dettar legge vi era il Grande Torino. Al termine della sua prima stagione nella massima serie, nonostante un accordo verbale con il Torino, cede alle lusinghe del presidente dell’Inter Carlo Masseroni approdando, così, lungo i navigli. Con la casacca neroazzurra vi giocherà dal 1948 al 1954 collezionando 191 presenze che lo porteranno a vincere i due Scudetti targati Alfredo Foni. Allenatore fautore del catenaccio che troverà in Giovannini uno degli elementi cardine di una linea difensiva che aveva in Giorgio Ghezzi l’estremo guardiano.

Trasferitosi, dal 1954 al 1956, alla Lazio, mettendo insieme 45 presenze (nella massima serie l’unica cosa che non gli riuscì fu quella di togliersi la soddisfazione di segnare almeno una rete… difficile visto che la sua peculiarità era quella di mordere le caviglie degli attaccanti avversari…) chiuderà la sua carriera nella IV Serie con i siciliani della Nissena. In nazionale metterà insieme 13 presenze esordendo il 12 giugno 1949 a Budapest in occasione della partita valevole per la Coppa Internazionale tra Ungheria e Italia terminata sull’1-1. Trasferitosi negli Stati Uniti morì a New Fairfield, nel Connecticut, il 18 febbraio 2005.

Diceva di lui l’ex allenatore dell’Inter (e compagno di squadra dello stesso Giovannini) Giovanni Invernizzi… Giovannini giocava sul centravanti avversario. Il centrale di adesso. Allora non c’era il libero. C’era lo stopper. Lui era determinante per la velocità. Quando la squadra era lunga, perché noi avendo una buona squadra giocavamo proiettati in avanti, lui, che aveva un’ottima corsa, un po’ come Picchi successivamente, chiudeva e cercava di anticipare sul contrattacco avversario.

(Ringrazio per la preziosa collaborazione il giornalista, pubblicista e scrittore Vito Galasso).