I valori non passano di moda: intervista a Mimmo Tavella

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Mimmo Tavella, un uomo amato dalla cittadinanza sanferdinandese, è sempre stato un uomo poliedrico, eclettico, ex vigile urbano, scrittore, poeta e soprattutto calciatore ed ex allenatore di calcio giovanile a San Ferdinando.

Ha giocato per le giovanili della Sanferdinandese, poi Libertas Rosarno, con il Limbadi, Oppido e poi nuovamente con la Sanferdinandese. Era centrocampista, ma in molte occasioni si è adeguato a giocare in ruoli diversi per le esigenze degli allenatori e, sorridendo, diceva che pur di giocare avrebbe fatto anche il portiere.

Decide di raccontarmi aneddoti della sua carriera da calciatore a San Ferdinando: “Nel 76/77 il Marchese Nunziante decise di regalarci uno spazio dove sorgeva un vigneto, per permetterci di fare un campo sportivo. Rocco Gambardella (il campo di San Ferdinando porta il suo nome) si prese l’incarico di organizzare e riunire la cittadinanza per costruire il campo. Parteciparono tutti attivamente senza interessi economici, solo per il desiderio di avere un campo nostro” dice con un filo di nostalgia e commozione.

“Iscritti alla Terza Categoria, finimmo di costruire il campo di mattina, giusto in tempo per la partita del pomeriggio contro la Rosarnese, derby molto sentito finito con un pareggio 1-1. Dopo il primo anno transitorio, al secondo anno centrammo la promozione in Seconda Categoria, finimmo a pari punti con la Scidese (con loro mi fu annullata una rete da calcio d’angolo ingiustamente) e spareggiammo in campo neutro a Bagnara, vincendo 3 a 1“ –  mi dice con un sorriso.

Gli chiedo cosa gli manca del calcio giocato: “L’odore degli spogliatoi, l’adrenalina del pre partita, le docce fredde e tante piccole cose che solo chi ha giocato può percepire”.

Agli inizi degli anni 90 Mimmo ha deciso di allenare i piccoli per trasmettere loro le basi morali in primis e poi quelle tecniche, considerando lo sport come un forte veicolo di valori.

Ha sempre considerato il calcio come uno sport di inclusione sociale e proprio per questo ha cercato di fare giocare tutti a prescindere dai limiti tecnici, cercando di trasmettere prima di ogni cosa il rispetto dei compagni e degli avversari.

Gli chiedo cosa è il calcio per lui in tre parole e mi risponde che per lui significa divertimento, passione e vita.

Racconta con nostalgia e dolcezza che per la sua voglia di giocare è sceso in campo anche quando non avrebbe dovuto, rischiando anche un occhio.

Oggi iscrivere e mantenere una squadra ha costi eccessivi, forse anche per questo manca un progetto qui a San Ferdinando.

Dal canto suo Mimmo ha sempre deciso di lavorare gratis, coerentemente con i suoi principi non ha mai voluto fare scuole calcio perché il suo unico scopo era trasmettere le cose belle senza un guadagno economico ma arricchendosi delle “tante soddisfazioni che i giovani gli hanno dato”.

Gli chiedo come ultima cosa, cos’è e com’è per lui il calcio oggi: “E’ molto più veloce, più difficile, c’è meno talento forse, meno numeri 10, e meno arte nel marcare a uomo” – dice Mimmo.

L’umiltà e la gentilezza non passano mai di moda.