Il Catanzaro e quella storica finale di Coppa Italia

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Sono 7 le squadre calabresi che hanno preso parte alla Coppa Italia durante la loro storia (Catanzaro, Reggina, Cosenza, Crotone, Rende, Juventus Siderno e Palmese) ma la primatista, per partecipazioni e risultati raggiunti, è il Catanzaro.

I giallorossi, infatti, oltre ad aver messo insieme due semifinali tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80, quando vennero eliminati dalla Juventus e dall’Inter, che si sarebbero, poi, aggiudicate il trofeo, nella stagione 1965-66 arrivarono in finale.

A quella edizione della coppa nazionale (la 19a) vi presero parte 38 squadre. Oltre al Catanzaro l’altra calabrese ai nastri di partenza era la Reggina guidata dal grande Tommaso Maestrelli (artefice, la stagione precedente, della prima promozione in Serie B degli amaranto) ma l’avventura di Piero Persico e compagni venne subito interrotta dal Catania. Il cammino del Catanzaro, le cui fortune di quella stagione ebbero come protagonista assoluto Gianni Bui, attaccante scaricato dal Bologna perché rotto ma che il presidente Nicola Cerovolo non si fece sfuggire, fu, invece, sorprendente.

I giallorossi dell’ex bandiera del Bologna Dino Ballacci, allenatore che impostava il gioco su una ferrea fase difensiva, nonostante partecipassero al campionato cadetto, eliminarono nel primo turno il Messina (2-0, con doppietta di Bui), nel secondo turno il Napoli (0-1, con rete di Bui), nei quarti di finale la Lazio (3-1, con reti di Tribuzio, Bonfada e Bui) e nelle semifinali la Juventus di Heriberto Herrera vincendo al Comunale di Torino 1-2 grazie alla rete decisiva dell’attaccante triestino Mario Tribuzio, che venne schierato al posto dell’infortunato Bui, su calcio di rigore.

La partita contro i bianconeri fu, però condita da un episodio a dir poco singolare. Dopo il sorteggio Ceravolo chiese al presidente della Juventus Giordanetti se era possibile giocare a Catanzaro visto che, fino ad allora, la Juventus in Calabria non aveva mai messo piede ma Giordanetti non volle rispondendo che non avrebbe certo messo a repentaglio la prospettiva internazionale della Juventus che, stentando in campionato, vedeva nella coppa la strada per raggiungere l’Europa. Ceravolo non la prese certo bene e alla fine successe l’incredibile… Dopo aver fatto fuori la detentrice del trofeo, nella finale, in programma il 19 maggio 1966 allo stadio Olimpico di Roma, i catanzaresi si trovarono di fronte la Fiorentina che aveva eliminato: Genoa, Palermo, Catania, L.R. Vicenza e Inter.

I viola, guidati da Giuseppe Chiappella, avevano in squadra calciatori quali: Albertosi, Hamrin, De Sisti e Chiarugi ma, nonostante sul campo sembrava non esserci partita, il Catanzaro riuscì a riprendere i toscani, portatisi sull’1-0 con Hamrin che superò Provasi dopo che lo stesso aveva respinto miracolosamente un colpo di testa dello stesso svedese, con Marchioro riuscendo a chiudere i tempi regolamentari sull’1-1. Giunti, però, al minuto 5 del secondo tempo supplementare un ingenuo fallo di Sardei, che colpì il pallone con le mani in piena area di rigore, costrinse Antonio Sbardella a decretare la massima punizione per i viola. Sul dischetto si presentò il possente centrocampista Bertini che, spiazzando Provasi, spense i sogni del Catanzaro regalando la terza Coppa Italia della storia alla Fiorentina.

Molto toccante fu la lettera scritta al capitano del Catanzaro Luigi Sardei originario di Thiene da un gruppo di tifosi giallorossi presenti alla partita… “Siamo un gruppo di tifosi del Catanzaro residenti a Roma in un quartiere popolare (Centocelle). Eravamo all’Olimpico ieri a tifare per voi. Abbiamo deciso di scriverti, essendo stato impossibile avvicinarti ieri e anche per non turbarti ancora. Avremmo voluto dire a te, a Provasi e agli altri: grazie!

Grazie di averci regalato la più bella giornata della nostra vita. Grazie per averci fatto assistere ad una partita indimenticabile. Grazie per averci fatto vedere come si giuoca, oltre che con la testa e con le gambe, anche con l’anima e col cuore.

Anche noi abbiamo creduto di morire in quel momento; ma, credici, neppure per un istante ti abbiamo biasimato e superato il primo istante di sbigottimento, senza nessun accordo preventivo, ci siamo trovati tutti a scandire il tuo nome. Al nostro coro si è aggiunto quello di altri e avremmo voluto gridarti in quel momento che poco ci importava del trofeo (che moralmente avete meritato). Quando in una competizione si giuoca con la passione con cui hai giuocato tu, l’esito della gara perde ogni importanza. Il fallo è stato un eccesso di zelo. Il tuo impeto generoso ha spinto la tua mano a sollevarsi verso il pallone.

Ti stringiamo in un abbraccio ideale con i tuoi compagni; assieme a Gasparini, Maccacaro e Provasi e a tutti gli altri senza distinzione. Il sentimento dell’affetto non ha graduatoria di meriti. 

Ciao Sardei; e  non pensarci più! E se un giorno, come ha scritto oggi un giornalista romano; se un giorno racconterai ai tuoi figli le vicende di ieri e il tuo trauma, non dimenticar di dir loro che un gruppo di giovani (e alcuni non più giovani) ha pianto le tue stesse lacrime in quel momento e con te ha vissuto il tuo dramma…“.

Che il Catanzaro di Nicola Ceravolo “il presidentissimo” stesse, comunque, costruendo qualcosa di grande era nell’aria. Passarono, infatti, cinque anni appena quando i giallorossi, battendo negli spareggi per la promozione in Serie A il Bari con una rete di Angelo Mammì, vennero promossi nella massima serie assieme all’Atalanta giunta prima e al Mantova già promosso dopo aver conquistato il primo posto al termine della stagione regolare. Per il Catanzaro, e per l’intera Calabria, quel 27 giugno 1971 fu una data storica… era, infatti, la prima volta che una squadra calabrese avrebbe spiccato il salto in Serie A.

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