La prima volta dell’Inter campione d’Italia

di Francesco Lacquaniti

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Il campionato di PRIMA CATEGORIA 1909-10 consegnò all’Inter, sorta appena due anni prima per volontà di quarantaquattro soci dissidenti della Milano rossonera capeggiata dal cartellonista, caricaturista e pittore Giorgio Muggiani, il primo alloro della sua storia.

Alla vigilia di quel torneo, le cui nove partecipanti: Andrea Doria, Ausonia, Genoa, Inter, Juventus, Milan, Pro Vercelli, Torino e U.S. Milanese, erano confinate nell’estremo nord-ovest, i grandi favoriti, nonostante l’indiscusso dominio del Genoa della leggenda Spensley, già sei volte campione, che avrebbe avuto come unico vero rivale il Milan del padre fondatore Kilpin, e solo marginalmente la Juventus, non potevano che essere i bicampioni in carica della Pro Vercelli dotati di un gioco veloce, essenziale e fisico, il cui presidente, uno dei più grandi penalisti italiani, era il mitico Luigi Bozino.

L’avvio dell’Inter, undici mesi dopo la fugace apparizione al suo primo campionato, fu tutt’altro che in discesa infatti, dopo il primo trittico di partite, al cospetto dell’Ausonia, della Juventus e della Pro Vercelli, l’unico punto lo conquistò nell’esordio all’Arena grazie al 2-2 contro i milanesi dell’Ausonia frutto delle reti di Engler e del sardo Cadoni. La quarta partita ecco arrivare la svolta quando, dopo aver superato la Juventus 1-0 in casa, con la rete di Engler che da due passi superò Pennano, arrivarono vittorie su vittorie due delle quali contro il Milan. I casciavit, che nel campionato precedente vinsero il primo confronto ufficiale, nell’arco delle due gare ebbero poca gloria e a trionfare furono i bauscia che, trascinati da un incontenibile Capra, rifilarono dieci reti ai cugini rossoneri.

La vittoria di maggior rilievo, vista la levatura dell’avversaria, fu quella al cospetto della Pro Vercelli che, all’approssimarsi delle festività natalizie, venne superata in campo avverso 1-2 grazie alle reti di Engler e Peterly, dopo il provvisorio pareggio di Fresia, e alle incredibili parate dell’estremo guardiano svizzero Muller. Reduce da undici vittorie consecutive, la penultima partita, l’Inter fu costretta a fermarsi subendo un pesantissimo passivo, in quel di Genova, con i grifoni che le rifilarono un sonoro 4-0. La cocente sconfitta, consumatasi in terra ligure, fu subito un flebile ricordo e nell’ultima partita, disputatasi il 10 aprile 1910 a Milano in una giornata soleggiata ma disturbata da un vento tesissimo, il Torino fu costretto a sobbarcarsi sette reti sei delle quali rifilategli da Peterly che, con 25 centri, risultò essere il marcatore principe del torneo.

Nonostante l’Inter avesse disputato un campionato al di là di ogni più rosea aspettativa, che le valse la conquista di 25 punti, giungendo a braccetto con la Pro Vercelli dovette affrontarla nello spareggio.
L’ultimissimo atto del torneo fu, però, caratterizzato da una lunghissima e turbolenta vigilia che vide contrapporsi le due contendenti in contrasto sulla data per la disputa dell’attesissima sfida finale. La Federazione, dopo un estenuante tira e molla, stabilì di far disputare lo spareggio a Vercelli, domenica 24 aprile presso il campo Principe di Napoli, in virtù del miglior quoziente reti dei vercellesi. Il presidente Luigi Bozino, alquanto indispettito dalla decisione presa dai vertici del calcio vista l’indisponibilità, per quella data, di alcuni calciatori impegnati in un torneo militare, ordinò, in segno di protesta, di schierare la formazione giovanile della quarta squadra e così fu. L’esito finale della partita, diretta dall’arbitro Meazza dell’U.S. Milanese, andata in scena in un clima surreale, davanti a una cornice di pubblico assiepata in ogni dove e condizionata in parte da una pioggia torrenziale, ebbe ben poco da raccontare con lo scontato successo dell’Inter che, costretta a subire gli applausi ironici dei sostenitori di casa per le fin troppo facili segnature, rifilò dieci reti ai volenterosissimi ragazzi vercellesi i quali, nonostante non potessero opporle grande resistenza, riuscirono a violare la porta di Campelli per ben tre volte con il formidabile Rampini “il folletto”, la cui statura superava di poco il metro, che ne firmò una rete.

Il giorno dopo il quotidiano sportivo “La Gazzetta dello Sport” definendo la partita “il match delle beffe” titolò… “La fine indecorosa di un campionato accanitamente combattuto”.
Fu così che l’Inter, del neopresidente Carlo De Medici che ne rilevò la carica da Ettore Strauss, guidata in panchina e in campo dal capitano Virgilio Fossati (caduto sul Carso, durante la Grande Guerra, e decorato con la medaglia d’argento al valor militare), partita in sordina e senza grandi pretese, sorprese tutti e, nonostante l’inaspettato epilogo, vinse, sciorinando un gioco elegante, il suo primo titolo di campione d’Italia al cospetto di un valoroso avversario che, nel successivo triennio, avrebbe trionfato altre tre volte.

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